Accessibile non significa necessariamente inclusivo

Accessibile non significa necessariamente inclusivo

La battaglia dei disabili per assistere ai concerti: "Ci rinchiudono in  palchetti improvvisati e ci separano dagli amici" - la Repubblica

A dicembre mia figlia compie gli anni.Ha 11 anni e mi ha chiesto una cosa molto semplice: andare insieme al concerto di Anna Pepe.Sua sorella, che ha 6 anni, naturalmente vuole venire anche lei.

Io sono un papà in sedia a rotelle.

A luglio, con largo anticipo, faccio quindi la richiesta prevista per l’accesso delle persone con disabilità. Indico la mia situazione e spiego che vorrei partecipare al concerto con le mie due figlie.

La risposta, in sostanza, è questa:

i posti riservati alle persone con disabilità sono limitati, non c’è più disponibilità e, comunque, l’accesso sarebbe previsto soltanto per la persona con disabilità e un accompagnatore.

Quindi, anche se ci fosse stato posto, avrei dovuto scegliere con quale delle mie due figlie andare al concerto.

A quel punto faccio quella che mi sembra la domanda più semplice:

posso comprare normalmente tre biglietti e pagare i nostri posti?

No.

Mi viene spiegato che, per ragioni di sicurezza ed evacuazione, una persona in sedia a rotelle non può accedere alle normali aree destinate al pubblico.

Ed è qui che, secondo me, nasce una questione che va molto oltre il mio concerto.

Non sto contestando la necessità di avere regole di sicurezza.

E non sto nemmeno sostenendo che debbano esistere posti gratuiti illimitati per le persone con disabilità.

Il punto è un altro.

Se non posso accedere all’area riservata perché i posti sono terminati e non posso acquistare un altro posto perché le altre aree non sono accessibili, quale possibilità mi rimane?

Nessuna.

E c’è un secondo aspetto che, da padre, mi colpisce ancora di più.

Perché una persona con disabilità dovrebbe poter partecipare a un evento soltanto secondo lo schema “persona disabile + accompagnatore”?

Io non voglio necessariamente essere accompagnato.

Voglio accompagnare le mie figlie.

Sono due cose profondamente diverse.

E il paradosso diventa ancora più evidente pensando a chi ha una disabilità che richiede realmente la presenza di un accompagnatore.

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Se quella persona fosse un padre o una madre con due figli, cosa dovrebbe fare?

Portare l’accompagnatore e lasciare a casa entrambi i figli?

Forse il problema è che continuiamo a progettare l’accessibilità pensando alla persona con disabilità come a qualcuno che deve essere assistito, e molto meno come a una persona che può essere padre, madre, partner, amico, collega.

Una persona che vuole semplicemente vivere un’esperienza insieme agli altri.

Per questo non vorrei limitarmi a criticare.

Vorrei fare una domanda, soprattutto alle persone con disabilità e alle loro famiglie:

succede anche a voi?

E soprattutto: non potremmo immaginare un sistema migliore?

Per esempio mantenere una quota di posti gratuiti per chi ne ha diritto, ma prevedere anche posti accessibili acquistabili normalmente, oppure aree progettate in sicurezza nelle quali una persona in carrozzina possa acquistare più posti e partecipare insieme alla propria famiglia o ai propri amici.

Non conosco tutti i vincoli tecnici, normativi e organizzativi di un grande concerto, e proprio per questo mi interessa aprire il confronto.

Ma una cosa mi sembra evidente:

accessibilità e gratuità non sono la stessa cosa.

Io non stavo chiedendo un biglietto gratis.

Stavo chiedendo di poter essere un papà che porta le proprie figlie a un concerto.

E oggi, almeno in questo caso, non mi è stato possibile.

Secondo voi è giusto così?

E soprattutto: come possiamo fare meglio?

Paolo Badano

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