Recensione del film “Corro da te”

Recensione del film “Corro da te”

Ho appena finito di guardare il film dal titolo “Corro da te”, diretto da Riccardo Milani, che ha voluto riproporre in una visione più italiana il remake della commedia francese “Tutti in piedi”, film del regista francese Franck Dubosc.

Mi sento pervaso da molte sensazioni dopo la visione di quest’opera, una tra queste è che forse il titolo più calzante della pellicola sarebbe stato “Zuppa di stereotipi”.

Da diversi anni a questa parte la nostra società ha fatto molti passi in avanti e credevo che fosse pronta a produrre film sulla disabilità fuori dai soliti schemi. 

Mi devo ricredere, non siamo ancora disposti o pronti ad accettare la diversità come un elemento in armonia con la vita di tutti giorni.

La parola DISABILITA’, in questo film, viene indissolubilmente ancora legata al dolore, alla tristezza, alla solitudine, all’emarginazione di una società che vuole che tu ti mostra sempre al meglio.
Ovviamente non possono mancare le battute che oggi vanno tanto di moda, come se si fosse delegato alla comicità il compito di integrare nella società quelli ritenuti non conformi e diversi dal resto.

Ma andiamo in ordine; abbiamo Gianni maschio alfa etero di mezza età che ha una vita sessuale degna di James Bond degli anni 60. La vera incarnazione del sogno Americano.

Nonostante provenga da una famiglia di modeste capacità economiche lui si è fatto da solo è ricco e non se ne vergogna, villa da sogno, vestiti alla moda, ristoranti di lusso e naturalmente l’immancabile fuori serie, anche se non una Ferrari, ma pur sempre di colore rosso. 

Grazie al Dio denaro, lui pensa di potersi permettere di agire in qualsiasi maniera senza alcuna conseguenza. Può addirittura alzare di peso un anziano dalla sua sedia a rotelle e spostarlo su una sedia di un bar, solo perché in quel momento gli serviva, arrivando persino a contrattare con il badante (naturalmente un extracomunitario) il prezzo per questa oscenità. 

Ma come da dettame della religione Cristiana nel film non può mancare il senso di colpa e quindi Gianni capisce che la sua vita scellerata, le menzogne e la ricchezza non lo condurranno mai al paradiso della felicità terrena e da quel momento parte la sua redenzione. 

Confessa le sue colpe e conquista l’amore, tutto finisce in una bella festa in una villa, più ricco di prima avendo ora anche accanto il suo vero amore. 

Mi piacerebbe sapere il vecchio che hanno lasciato al bar come ci sarà tornato a casa, visto che avevano concordato con il badante per un uso di sole due ore e lui ha tenuta la sua sedi a rotelle fino al mattino successivo. Chissà! 

Ora é il turno di Giulia, bellissima giovane disabile autosufficiente e per questo non perde occasione nel film di ribadirlo per più volte con l`affermazione che lei “non ha bisogno di nessuno”.

Musicista di successo, ma come vuole la regola essendo donna, meno ricca di Gianni tanto da rimanerne incantata.

Non si arrabbia neanche quando Gianni le fa affondare la sua sedia a rotelle (dal costo di quasi 10.000€) nell’acqua, avendo trasformato la sua sala da pranzo in una piscina per corteggiarla.

Non esiste disabile che alla vista di un tale abominio non gli si sia accapponata la pelle al sol pensiero del cuscino bagnato e dei cuscinetti che faranno ineluttabilmente la ruggine e rendendo la sedia praticamente inutilizzabile. Ma lo spettacolo prima di tutto!

La bella Giulia è sola, come giusto che sia per un diverso, ma ha accettato serenamente la sua disabilità. Nonostante questa accettazione però, gli manca qualcosa, e quindi è disposta a stare al gioco di Gianni che finge di essere disabile al solo scopo di aggiungerla come un altro trofeo alla sua infinita collezione. Lei è consapevole sin dal principio della messa in scena di Gianni, come lei confessa, alla sorella Alessia, con la frase “avevo voglia di sentirmi normale”.

Buttando via così in un colpo tutto il senso del film, dall’accettazione della disabilità e dall’amor proprio.

Saranno i miei 27 anni di sedia a rotelle a parlare, ma non ne posso più; ad oggi mi sento essere più intollerante che disabile.

Ma possiamo ancora oggi avere una visione cosi miope del mondo della disabilità, della donna e della vita in generale? 

Ci sono vite incredibili da raccontare, vite vissute nel nome dell’agire e non nello sperare che arrivi il salvatore.

Il mondo della disabilità dovrebbe insorgere per come ci hanno rappresentato.
Iperattivi per dimostrare che siamo meglio di loro ma frustrati per quello che abbiamo perso consapevoli però che arriverà sempre qualcuno che ci prenderà in braccio per  salvarci e darci una vita migliore. 

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